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L’insostenibile leggerezza di un taglio di capelli

Alan Pauls Storia dei capelli

“Le Ultime Parole Famose di Roland Barthes: Piacere, Godimento”. 
Alberto Arbasino, Un paese senza.

Perfino un dritto come Titta Di Girolamo, il protagonista del bellissimo Le conseguenze dell’amore, ha paura della frivolezza («Io non sono un uomo frivolo», si affretta a dire a un certo punto, con una specie di terrore nascosto dietro la maschera impassibile).

Perché è innegabile. La frivolezza è come una frana, e come tale ci terrorizza. Il frivolo ci toglie la terra da sotto i piedi, ci trascina nella fanghiglia dell’inaffidabile. Chi vorrebbe per moglie una donna frivola? O un uomo frivolo come migliore amico? Chi, alla ricerca di storie o messaggi importanti, vorrebbe leggere un libro frivolo?

Pazienza se poi, dietro al frivolo, si spalanca un mondo. Dietro una preoccupazione quasi ossessiva, battente, coercitiva, ma frivola, si annida il peggiore dei demoni. Ce l’hanno insegnato a scuola: con il preoccuparsi troppo per la forma di un naso, ma potrebbe valere anche per un taglio di capelli, si rischia di spalancare un buco nero che divora l’identità stessa della persona. E se poi dalla distruzione della persona, intesa classicamente anche come maschera, saremo in grado di risalire allo splendore dell’anima è tutto da vedere.

Così è per il bellissimo Storia dei capelli di Alan Pauls. La storia di un uomo, dalla sua prima giovinezza alla maturità, che prende terribilmente sul serio i suoi capelli. Tanto che, oltre i capelli, oltre questa vanitas (ma come diceva Parise, la vanità testimonia l’amore per la vita) si spalanca un universo.

Storia dei capelli è un libro toccato da una grazia speciale. Unisce attimi di puro umorismo (erano mesi che non mi capitava di ridere ad alta voce leggendo) alle ansie atroci che calamitano alcuni degli episodi trasversali.

Perché Pauls è uno scrittore molto particolare, anche stilisticamente. Ha fatto suo un segreto da alchimista, di chi sa come far conciliare i contrari, pietra e oro, fango e vita. Il libro si racconta in periodi spesso lunghissimi e barocchi, che in mano ad altri scrittori sarebbero riusciti faticosi e, forse, eccessivamente sperimentali. Eppure, leggiamo questa Storia dei capelli come osservando uno specchio d’acqua. Per scelte linguistiche e sintattiche Pauls è uno sperimentatore, ma ancora una volta gli è riuscito il suo incantesimo migliore: prendere il lirismo e la pesantezza di certe vite e nasconderli dietro il paravento istoriato del frivolo. Così sono divinamente frivoli e pesanti certi cieli, certi occhi, certe mani, certe parole, gli incontri e gli scontri, i paesaggi e gli ambienti.

Di questa Storia dei capelli ti restano dentro e non se ne escono più i tanti barbieri e parrucchieri con i loro negozi, le discussioni nelle trattorie e nei bar di notte o all’alba, le discoteche malfamate, l’immagine del miglior amico Monti o di quello splendido personaggio che è Celso, certe trovate linguistiche e stilistiche indimenticabili che, a sprazzi (e sia fatto passare sotto silenzio), mi hanno ricordato la bohème tondelliana, solo meno cruda e filtrata da un’ironia atipica, forse sudamericana. Un libro che finisci con gli occhi lucidi e, inspiegabilmente, con la voglia di ridere.

“Lui è ciò che perde, ogni capello che gli viene tagliato, ogni capello caduto. Quanta bellezza mortale: il pavimento intorno a lui, intorno ai suoi piedi perfettamente immobili, piccolo cimitero coperto di croci sottili, lievissime, fatte della stessa fibra dei capelli che riposano sottoterra, dentro le tombe”.

Alan Pauls. Storia dei capelli.
Pag. 192, 15 euro
Edizioni Sur, 2012
Traduzione di Maria Nicola

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