Parise I. L’inizio

goffredo-pariseMi sono sempre ripromesso di scrivere non un articolo, ma un libro su Parise. Perché ho sempre avuto l’impressione che Parise fosse il più grande di tutti nella letteratura italiana del secondo Novecento. E perché entrare nei suoi libri mi ha sempre fatto l’effetto di entrare in un nuovo mondo. A patto, poi, di entrare nei suoi libri come si deve entrare in qualsiasi libro per cui valga la pena farlo. Cioè entrare nei libri come si entra in una casa, scegliendo poi di abitarla per giorni, mesi, anni. Allontanandosene e poi tornandovi, per perdersi in essa dopo una giornata storta, o dieci ore di lavoro. Arrivare, per amabile frequentazione, a conoscerne ogni angolo, ogni segreto. Perché la letteratura, come è stato detto, si fa non libro per libro, ma pagina per pagina, a volte riga per riga.

Perché quando incontri un autore-casa, un autore che senti di poter frequentare in questo modo, senti anche che le sue parole ti cambiano poco a poco la vita, il modo di parlare, di comportarti, di vedere le cose. Conoscere in questo modo un autore vuol dire sapere, d’un tratto, di avere avuto un fratello, o un amore (che importa se la persona in questione non esiste più in carne e ossa, ne rimane la consonanza). Decidere di scriverne vuol dire allora mettere in gioco tutto te stesso, perché parlando di lui non puoi non rivelare te stesso.

Io non l’ho mai fatto, subito pensavo per paura. Perché, come scrisse Flaubert, non bisogna toccare gli idoli con le mani, un po’ della loro doratura potrebbe restarti sulle mani. Solo con gli anni ho capito che non potevo avere quel tipo di paura verso Parise, visto che Parise non fu mai un idolo dorato, ma il più umano degli uomini, con tutte le sue paure e le sue sublimi vanità. E allora capii che la paura era in realtà una strana forma di rispetto. Lo stesso che certi pescatori siciliani, che hanno vissuto in mare, sulle barche, per tutta la vita, dimostrano verso il mare, semplicemente rifiutandosi di imparare a nuotare. Rifiutando di tuffarsi in qualcosa di troppo vasto e troppo profondo.

Eppure, arriva un momento in cui restare sulle sponde del mare non basta più.

Il sangue è randagio

Ellroy Randagio 2“L’argilla è immobile, ma il sangue è randagio;
Il respiro è merce che non si conserva.
In piedi, ragazzo: quando il viaggio sarà finito
Ci sarà tutto il tempo per dormire”.
A.E. Housman

Violenza come teoria su cui sono fondati gli Stati Uniti e, per estensione, le democrazie occidentali contemporanee. Con questa terza “sacra” rappresentazione americana (dopo lo splendido AmericanTabloid e Sei pezzi da mille) Ellroy spalanca il suo consueto, magistrale inferno sotto i piedi del lettore, catapultandolo nell’estate del ’68, quando in seguito agli omicidi del Reverendo King e Robert Kennedy gli U.S.A. sembravano sul punto di incendiarsi.

Le componenti con cui gioca Ellroy sono sempre le stesse, sono a prova di bomba e a ritmo serrato: omicidi, droga, sesso, violenza, potere, su cui si innesta anche un’esotica divagazione haitiana, una “vacanza” a base di voodoo e zombificazioni. Sopra tutto questo, ancora le trame degli altissimi poteri occulti, le forze del Male (con J. Edgar hoover in testa) che muovono le fila di burattini indemionati pronti a sparare, picchiare, sanguinare per loro.

Eppure, Il sangue è randagio è anche un libro diverso dall’Ellroy di AmericanTabloid e Sei pezzi da mille, a tratti dolorosamente autobiografico (nel personaggio di Crutchfield il guardone, non a caso forse il più umano). Ed è diverso per un insperato potere matriarcale che, soprattutto attraverso il personaggio della “Dea Rossa”, giunge salvifico a trasformare alcuni dei burattini in esseri umani.

Nel suo Pantheon capovolto, sempre composto da demoni e peccatori e mai da santi e dei, Ellroy inserisce inaspettatamente la madonna rossa Joan Rosen Klein, rivoluzionaria e comunista, che con il potere ancestrale del sesso e del fascino attira a sé sicari e spietati assassini, trasformandoli in uomini che cercano, anche se nell’unico modo che conoscono, e cioè con la violenza, un (im)possibile riscatto.

“Una donna quacchera molto saggia una volta mi ha detto: “Fai attenzione a cosa cerchi, perché sarà quel qualcosa a cercare te”. Se sei a caccia di emozioni, questo lavoro te ne offrirà fin troppe”. 

James Ellroy. Il sangue è randagio.
Pag. 859, 24 euro
Mondadori, 2010
Traduzione di Giuseppe Costigliola
(la presente recensione è uscita sul numero Noir della Luna di Traverso)

Butta il cuore oltre l’ostacolo, Jim

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“Là dentro nessuno poteva scappare, né te né gli altri, e sapevi contro chi combattevi, ed era sempre uno solo, e pesava quanto te, e se ti batteva voleva dire che era più bravo, o aveva più esperienza, e in entrambi i casi dalla sconfitta non avevi che da imparare. Sembra assurdo, ma finisce che vai in quel posto dove tutti menano le mani perché ti senti più al sicuro”. 
Pietro Grossi, Pugni.

Prendete letteratura e sport. Metteteli in un libro di racconti. Avrete già raccolto, in una sola opera, materiale per due pregiudizi editoriali mastodontici, forse quelli più di moda nell’editoria contemporanea.

Non dirò nulla su letteratura e vitalismo, ha già detto tutto Hemingway. Non mi dilungherò sul preconcetto secondo cui “un libro di racconti piace meno di un romanzo”. Hanno già detto tutto tanti amici e conoscenti (molti anche del settore editoriale) che preferiscono tenersi sul comodino un libro di racconti, se i racconti sono buoni. E poi anche su quanto possano essere grandi e indimenticabili certi racconti ha già detto tutto Hemingway.

In Non c’è ritorno, l’americano Jim Shepard scrive di tutto ciò che riguarda energia e narrativa, e lo fa con la penna dei grandi scrittori della sua terra, con un andamento secco, classico. In questo libro edito dalla piccola ma ottima 66thand2nd (dalla grafica e dai materiali molto curati) si agita tutto ciò che è movimento, dinamismo, azione, forse coraggio. Ci sono corpi che sudano e faticano, che s’infrangono contro i limiti del mondo, limiti tangibili come una parete rocciosa o invisibili come un’infanzia passata a prendere a calci un pallone in un campo terroso. Muscoli e polmoni, sogni e speranze che sfregano e scintillano contro orologi che ticchettano, numeri scritti su un tabellone. Questo è il più grande gioco del mondo, e tu puoi farne parte se hai abbastanza fiato e incoscienza e saggezza per buttarti nella mischia e iniziare a correre. È la più grande e reale democrazia, quella basata sulla fatica e sul sacrificio di sé. La democrazia della fisicità, l’unica incapace di mentire.

C’è Ida, in cui il protagonista gioca una surreale, onirica partita di football con i membri della sua famiglia (con l’intero Three Rivers Stadium a incitarli o a fischiarli). C’è il racconto che dà il titolo al libro, che non parla di sport ma del disastro di Chernobyl visto dagli occhi di un tecnico sopravvissuto. C’è lo splendido La Polonia ci guarda, in cui si raccontano le gesta epiche, perché non si saprebbe come definirle altrimenti, di un gruppo di alpinisti polacchi che pratica alpinismo invernale (leggi: scalate in condizioni impossibili) e su cui aleggia il fantasma di Jerzy Kukuczka, mito dell’alpinismo estremo realmente esistito. C’è L’Ajax non difende mai, narrazione in prima persona di Velibor Vasovic, che si presenta così: “Ho giocato a calcio per undici anni, prima nel Partizan Belgrado e con la maglia della mia nazionale – e poi nell’Ajax. O forse dovrei dire che per undici anni ho giocato per soldi, perché a calcio ci ho giocato tutta la vita”.

A volte può essere difficile dare una chiave di lettura a un libro di racconti. Anche se le chiavi di lettura, almeno in questo caso, ci sono. Perché c’è quasi sempre il tema della memoria, che fa da contrappeso e insieme sostiene il vitalismo sportivo. Perché praticamente tutti i racconti parlano del gettare il cuore oltre l’ostacolo. Non c’è ritorno è una galleria di personaggi che, spesso proprio grazie alla fede, non in Dio ma nel loro sport, si sono staccati dal quotidiano, giungendo a volte in uno dei tanti inferni disponibili, altre volte in un microscopico pantheon a tema, una sorta di Walhalla dove riposano gli eroi che hanno osato spingersi oltre. In questo senso lo sport diventa ciò che è sempre stato, fin dagli albori della civiltà: ben lontani dalla regola decoubertiana, il gesto sportivo visto quasi come una sublimazione del gioco (o della guerra), un epos dove l’importante è sempre, assolutamente, ad ogni costo, vincere. Soprattutto quando non si gioca ad armi pari, e le probabilità sono tutte contro di noi. Insomma, memoria ed epica.

“Per gente come me, l’alpinismo invernale è come la vita di tutti i giorni, privata degli strati superificiali di buone maniere. Secondo Jacek, una rimpatriata come questa insieme ai vecchi amici è l’unico vero modo per ricaricare lo spirito. Nessuno ti vede con maggiore chiarezza dei tuoi compagni di squadra a ottomila metri. E nonostante questo, rischiano la vita per riportarti a terra sano e salvo”.

Jim Shepard. Non c’è ritorno.
Pag. 248, 16 euro
66thand2nd, 2012
A cura di Tim Small
Revisione di Michele Martino

 

L’insostenibile leggerezza di un taglio di capelli

Alan Pauls Storia dei capelli

“Le Ultime Parole Famose di Roland Barthes: Piacere, Godimento”. 
Alberto Arbasino, Un paese senza.

Perfino un dritto come Titta Di Girolamo, il protagonista del bellissimo Le conseguenze dell’amore, ha paura della frivolezza («Io non sono un uomo frivolo», si affretta a dire a un certo punto, con una specie di terrore nascosto dietro la maschera impassibile).

Perché è innegabile. La frivolezza è come una frana, e come tale ci terrorizza. Il frivolo ci toglie la terra da sotto i piedi, ci trascina nella fanghiglia dell’inaffidabile. Chi vorrebbe per moglie una donna frivola? O un uomo frivolo come migliore amico? Chi, alla ricerca di storie o messaggi importanti, vorrebbe leggere un libro frivolo?

Pazienza se poi, dietro al frivolo, si spalanca un mondo. Dietro una preoccupazione quasi ossessiva, battente, coercitiva, ma frivola, si annida il peggiore dei demoni. Ce l’hanno insegnato a scuola: con il preoccuparsi troppo per la forma di un naso, ma potrebbe valere anche per un taglio di capelli, si rischia di spalancare un buco nero che divora l’identità stessa della persona. E se poi dalla distruzione della persona, intesa classicamente anche come maschera, saremo in grado di risalire allo splendore dell’anima è tutto da vedere.

Così è per il bellissimo Storia dei capelli di Alan Pauls. La storia di un uomo, dalla sua prima giovinezza alla maturità, che prende terribilmente sul serio i suoi capelli. Tanto che, oltre i capelli, oltre questa vanitas (ma come diceva Parise, la vanità testimonia l’amore per la vita) si spalanca un universo.

Storia dei capelli è un libro toccato da una grazia speciale. Unisce attimi di puro umorismo (erano mesi che non mi capitava di ridere ad alta voce leggendo) alle ansie atroci che calamitano alcuni degli episodi trasversali.

Perché Pauls è uno scrittore molto particolare, anche stilisticamente. Ha fatto suo un segreto da alchimista, di chi sa come far conciliare i contrari, pietra e oro, fango e vita. Il libro si racconta in periodi spesso lunghissimi e barocchi, che in mano ad altri scrittori sarebbero riusciti faticosi e, forse, eccessivamente sperimentali. Eppure, leggiamo questa Storia dei capelli come osservando uno specchio d’acqua. Per scelte linguistiche e sintattiche Pauls è uno sperimentatore, ma ancora una volta gli è riuscito il suo incantesimo migliore: prendere il lirismo e la pesantezza di certe vite e nasconderli dietro il paravento istoriato del frivolo. Così sono divinamente frivoli e pesanti certi cieli, certi occhi, certe mani, certe parole, gli incontri e gli scontri, i paesaggi e gli ambienti.

Di questa Storia dei capelli ti restano dentro e non se ne escono più i tanti barbieri e parrucchieri con i loro negozi, le discussioni nelle trattorie e nei bar di notte o all’alba, le discoteche malfamate, l’immagine del miglior amico Monti o di quello splendido personaggio che è Celso, certe trovate linguistiche e stilistiche indimenticabili che, a sprazzi (e sia fatto passare sotto silenzio), mi hanno ricordato la bohème tondelliana, solo meno cruda e filtrata da un’ironia atipica, forse sudamericana. Un libro che finisci con gli occhi lucidi e, inspiegabilmente, con la voglia di ridere.

“Lui è ciò che perde, ogni capello che gli viene tagliato, ogni capello caduto. Quanta bellezza mortale: il pavimento intorno a lui, intorno ai suoi piedi perfettamente immobili, piccolo cimitero coperto di croci sottili, lievissime, fatte della stessa fibra dei capelli che riposano sottoterra, dentro le tombe”.

Alan Pauls. Storia dei capelli.
Pag. 192, 15 euro
Edizioni Sur, 2012
Traduzione di Maria Nicola